I Torino Hooligans, il gruppo di tifosi colpito duramente ed ingiustamente dal DASPO per non essere risultati compatibili con l’esperimento sociale della Questura.

Ci fu una volta un imprenditore semisconosciuto che grazie ad una serie di fortunosi eventi si trovò nelle condizioni di diventare il proprietario di una squadra di calcio. Divenne di conseguenza il padrone dei cuori di tanti tifosi, scottati dall’ennesima delusione, che non vedevano l’ora di farsi di nuovo abbindolare da promesse di un salvatore, un presidente che facesse dimenticare il recente passato inglorioso o almeno sperare in un presente un po’ meno anonimo, per tornare dopo anni nel calcio più importante.

Senza fare tanti giri di parole, l’imprenditore era Cairo e i tifosi erano quelli del Toro. Avrebbe potuto accontentarci con una crescita decente, anche meno imperiosa di quella che fu il ritorno in A del primo anno, con scelte oculate ed un occhio a quel romanticismo che non abbandona mai il tifoso granata, sarebbe bastato gestire meglio l’affare Filadelfia per averci tutti dalla sua parte.

Eppure, l’imprenditore da semisconosciuto divenne famoso, anche grazie alla vetrina offerta dal Toro, ma nonostante le capacità da squalo per gli affari, mantenne sempre quella incapacità maledetta di gestire gli affari calcistici (calciomercato e gestione stadi), quella mancanza del senso pratico che ha chi ha a che fare con una squadra che come poche in Italia è capace di suscitare amore viscerale. Eppure il bacino di utenza, la storia gloriosa della squadra, la carica di simpatia generata dal fatto di essere in contrasto con la squadra più odiata dagli Italiani (anche se un 25% inspiegabilmente ne sono attratti), potevano essere un forte propulsore alla costruzione di una squadra di livello. Senza investire grossi capitali, magari tornando semplicemente al Toro quello che il Toro gli ha dato negli anni, magari non sperperando in acquisti insensati, attorniandosi di uomini validi e di esperienza ai quali lasciare fare il proprio lavoro.

Purtroppo Cairo non è questo. Non vede l’uomo, valuta l’affare. Sceglie l’allenatore che lo fa risaltare alle cronache e valutare i giocatori in rosa, non l’uomo di cervello che è capace di capire il contesto in cui si trova e costruire un progetto.

Così capita che l’ennesimo allenatore scelto sull’album Panini, senza mettergli alle spalle uno straccio di struttura nella società, fa andare storta l’annata costringendo l’imprenditore incapace di vedere le persone oltre i soldi ad essere contestato nel proprio stadio, una cosa che per l’uomo di successo deve essere difficile da mandare giù.

Non sia mai a dirsi che Cairo abbia potuto influenzare in alcun modo l’umore dei tifosi della curva principale che non fa una piega di fronte a sfaceli che stanno sotto gli occhi di tutti da mesi se non anni, sta di fatto che la curva opposta diventa sempre più luogo di dissidenza, che nel tempo diventa protesta e contrasto.

Non sia mai a dirsi, anche, che la Questura abbia risposto ad una richiesta fatta da Cairo per levare di mezzo frange di tifosi che nel tempo (e non è solo questione di queste settimane) hanno osato pronunciare invano il nome dell’altissimo (ehm…). Il solo pensare a male apre scenari così desolanti da indurre a prendere la carta d’identità ed usarla come spessore per non fare traballare il tavolo all’osteria.

Capita così che, inspiegabilmente, si verifica una sintonia di intenti tra Cairo, la Questura di Torino e la curva Maratona. Il primo non parla, la seconda non vede e la terza non sente.

Cairo non chiede niente, da anni vorrebbe solo che vengano rispettati i posti a sedere nella curva Primavera, dopotutto è noto che allo Stadio Grande Torino a destra della tribuna d’onore sia programmata un’edizione della stagione Verdiana dell’Opera, perché privare le signore in pelliccia e binocolo di una visione piena e soddisfacente?

La Questura di Torino e la Digos, da anni impegnati nella persecuzione sistematica dei tifosi della curva Primavera con i pretesti più assurdi (sequestri di materiale coreografico, striscioni, perquisizioni che manco all’aeroporto di Tel Aviv, rispetto dei seggiolini solo per alcune, selezionate persone) e metodi raramente attuati per la curva principale, decidono di attuare un esperimento sociale (peraltro poi goffamente smentito e di nuovo ribadito con altre parole): inserire un centinaio di tifosi avversari nella stessa curva, senza averli perquisiti per bene, senza avvertire nessuno, senza un’adeguata protezione degli steward. Una roba che pure un marziano avrebbe ritenuto priva di senso, una cosa che non si è vista da nessuna parte in Italia, così, per puro spirito scientifico, diventa un tentativo di mettere insieme tifosi opposti, nella speranza che questi all’improvviso si abbraccino e gioiscano insieme, andando d’amore e d’accordo. Roba da premio Ignobel per la ricerca sociale. Il tutto alla presenza di famiglie che numerose popolano quella curva, come se normalmente il tifoso avversario, in assenza di gente che sia in grado di tenergli testa, sia uso coccolare famiglie e bambini della squadra avversaria. C’è da chiedersi a questo punto se le leggi sull’uso della cannabis non siano da rivedere, viste le decisioni prese dalla Questura.

La curva opposta, invece, non sente. Sì, qualche daspato in curva Primavera, solidarietà generica, ma se sei un tifoso ultras, ti becchi il daspo e stai zitto. Poi capita che mezza Italia dei tifosi non ci sta e scende in campo contro l’ingiustizia e allora è meglio non fare brutte figure e mettere in atto qualcosa. Sperando che abbia un seguito.

Nel mentre molti tifosi hanno voglia di strappare l’abbonamento, di mandare al diavolo Cairo e questo suo Toro costruito senza un progetto, anche se è difficile staccarsi dalla squadra, da quel poco che c’è rimasto e ci fa sperare, quei ragazzi come il Gallo, il terzino Argentino o San Salvatore che ancora ci fanno battere il cuore nonostante i risultati ti facciano alzare la sedia, non verso il cielo ma verso la panchina.

Vorremmo tanto che Cairo capisse di aver passato il segno con i tifosi, che è inutile e quantomeno stupido cercare di rimuovere il dissenso deportando i tifosi dalla curva. Vorremmo tanto che la Questura facesse un passo indietro, che capisse di aver sbagliato e di stare proseguendo in questo errore da anni, che realizzasse finalmente di aver messo alcune persone sbagliate nel posto sbagliato, tornando al proprio dovere di proteggere sia l’incolumità che gli interessi dei cittadini, senza guardare al loro peso economico o politico.

Ma se c’è qualcosa che abbiamo capito in questo paese è che se non combatti per i tuoi diritti nessuno verrà a restituirteli su un piatto d’argento. I tifosi hanno l’obbligo di mettere mano alle loro coscienze e rivolgersi a chi di dovere, difendendo quei ragazzi che sono diventati la pietra dello scandalo di un gioco giocato alle loro spalle e con metodi che eufemisticamente si definiscono inadeguati.

Associazione consumatori, FIGC, magistratura, è necessario coinvolgere chiunque sia necessario per far aprire gli occhi e le orecchie a chi ha le responsabilità di quanto sta accadendo. E’ un nostro dovere di tifosi granata, lo dobbiamo ai nostri figli e a chi anni fa ci insegnò ad essere del Toro.

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Di Leonardo Daga

Leonardo Daga è un tifoso del Toro, da anni attivo nella difesa dei diritti dei tifosi del Toro e ora collaboratore di Supporters In Campo.

Un pensiero su “Quando le istituzioni diventano l’utile idiota”

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