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In un mondo in cui pochi decidono il destino di tutti, in una nazione in cui quando una voce si leva nella massa viene tacciata di disfattismo, in un calco in cui è dato come dogma il fatto che il proprietario detta le regole e il mio tifoso semplicemente subisce, il tifoso italiano è schiacciato psicologicamente ed è spesso incapace di reagire.
Se a questo sommiamo la tipica riluttanza sabauda a reagire contro chi ha il potere, per il tifoso del Toro non c’è scampo. Disintegrata qualsiasi organizzazione con qualche pretesa di unità, il tifoso del Toro è assediato da più lati: i buoni risultati della squadra spengono ogni tentativo di contestazione a riguardo dell’operato di Cairo; gli Ultras sono scomparsi e chi li ha sostituiti è “allineatissimo” alla società; l’ordine pubblico non ha interesse perché vengano cambiati gli equilibri e quindi di conseguenza sfoga le proprie frustrazioni contro i tifosi non allineati – per capire basta guardare la differenza di trattamento riservata ai gruppi della primavera, in molte partite del campionato.

In tutto questo fa sorridere (amaro) l’implementazione della figura di SLO implementata dal Torino. Dovrebbe essere un supporto per i tifosi in tutte le tematiche che riguardano il tifo e invece è implementato come una biglietteria. Come se il tifo, l’amore nei confronti della propria squadra finisse lì, nell’acquisto del biglietto. I risultati si vedono, soprattutto guardando la media spettatori, solo 12esima in serie A, con una media in calo del 2% rispetto allo scorso anno, 16.689 contro i 17.024, circa 350 spettatori in meno ogni partita.

Ho provato a contattare lo SLO del Toro, impossibile avere un loro numero di telefono per fare domande sul loro ruolo, preferiscono lavorare sotto traccia mi rispondono all’email, ma così sotto traccia che a malapena si riesce a trovare un nome associato alla funzione di SLO sul sito del Toro. Ma d’altronde il problema è che in Italia lo SLO è inteso come un dipendente della società (dovrebbe essere un tifoso o almeno qualcuno che lo sia stato, magari avendo capito quanto e cosa bisogna fare per organizzare una tifoseria) e quasi bisogna ringraziare il cielo che almeno sia un obbligo imposto dalla federazione.

Cosa ci si può aspettare di più? Niente. I tifosi del Toro (ma le altre tifoserie non fanno niente di diverso) aspettano la grazia che venga dall’alto, che qualcuno venga  a risolvere i loro problemi o che qualcuno conceda loro qualcosa di più, ad esempio che gli risolva il problema del Fila. A nessuno viene il dubbio che quello stadio è COSA PUBBLICA, appartiene alla storia del Toro e ai suoi tifosi, non al Torino FC, non alla Fondazione, non al comune e nemmeno alla Regione. Eppure anche in questi giorni si consuma l’ennesimo strazio: dopo l’aggiudicazione dell’appalto con un ribasso minimo (da 6.33 a 6.19 milioni) e un criterio di aggiudicazione singolare, le due società escluse hanno fatto ricorso, non si sa con quale motivazione e nessuno si è preso cura di andare da questi signori (la Secap S.p.A. e ALVIT S.r.l.) o di telefonare e di chiedergliela. Eppure la stazione appaltante, la SCR, era stata scelta appositamente per evitare ricorsi.

Ovviamente sul sito del Torino FC, nessun riferimento a riguardo. Non è un problema della società, d’altronde.

Eppure nel mondo non è ovunque così. Ci sono società che vivono in simbiosi con il loro stadio, la considerano come casa e le società stessa è fatta dai tifosi. Lo stadio è futuro, è storia, è cultura, è appartenenza, cose che il Fila rappresenta fino all’ultimo filo d’erba. Ma a Manchester, non lato United o City, ma nell’FC United of Manchester, appena promosso in North Conference (sesto livello della lega inglese) l’importanza della casa, dello stadio, la capiscono bene. Una squadra fondata da ex tifosi del Manchester, squadra nata solo 10 anni fa, e che finora ha trascorso le domeniche ospitata da altri stadi, festeggia la nascita della propria casa, soli 4400 posti per adesso, sempre pieni (ma bisogna tenere conto della concorrenza di United e City). Un’amichevole con lo Benfica B, una partita di orgoglio, e chi non ne avrebbe al loro posto?

Anche in Italia si muove qualcosa. Ci sono anche uomini, tifosi, che vogliono contare, che non vogliono solo subire. Li trovi a Cava de’ Tirreni, li trovi a Taranto, li trovi dietro i colori rossoblù della Samb, nella rinascita del Lecce e nella disperazione dei tifosi gialloblu del Parma. E, grandiosa notizia per chi spera in un calcio diverso, li trovi ad Ancona, dove un presidente folle ha deciso di intraprendere la strada della cessione della società ai tifosi.

Tifosi che, evidentemente, non ci stanno a non contare un cazzo.

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Di Leonardo Daga

Leonardo Daga è un tifoso del Toro, da anni attivo nella difesa dei diritti dei tifosi del Toro e ora collaboratore di Supporters In Campo.

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