Cairo-al-Torostore
Cairo e il Toro come merce da piazzare

E’ estate, tempo di calciomercato, tempo di disimpegno da tutto o quasi, ma è in questi mesi che spesso nel panorama italiano bisogna stare attenti. E’ in questi mesi in cui c’è poca attenzione, in cui le sirene del calcio mercato riescono a fare passare in secondo piano tutto o quasi che si compiono gli scempi peggiori.

Vengono risucchiate nel baratro società gloriose (nel 2005 toccò al Torino, una estate che dimenticheranno in pochi), giocatori che dovrebbero essere delle bandiere cambiano di maglia, indossando quella della società rivale, offrendo al pubblico uno scenario che, nell’ottica dei tipici giochi costruiti dai commedianti di mestiere (vedi la tecnica da muro di gomma applicata dal Torino FC nel caso Bianchi), sembrano del tutto leciti e quasi necessari: “Ogbonna ha tradito, ha firmato un precontratto con i gobbi”, “per 12 milioni un giocatore così lo porteremmo a spalla dall’altra sponda”, “meglio Glik che almeno ha dimostrato di tenerci”. Tutto sacrosanto, sopratutto nell’ottica di quanto è successo da qualche mese a questa parte, ma un’anno fa come avremmo potuto prendere un’opzione simile?

La verità è che a forza di farci accettare compromessi, stiamo accettando ogni porcata che ci si propina, anche le peggiori. Che Cairo vada a braccetto con la “Famigghia” in RCS, che al comune di Torino non si muova paglia per la concessione della Continassa, praticamente un regalo per la famiglia padrona dei bianconeri (nonostante non creda più nessuno agli scopi di riqualificazione della concessione), che pochi giornali facciano realmente i conti in tasca a Cairo sui bilanci totali del suo impegno nel Torino FC (ad esempio quanto incassa, quanto rientra in termine economici e fiscali, di immagine – è pur sempre un pubblicitario) e per quale motivo Cairo abbia deciso di mantenere all’osso il patrimonio del Torino FC, nessuno si chiede perché, essendo normale in questa nazione non dover rendere conto a nessuno.

E’ anche vero che il Toro gioca a Torino, città che forse nel nord Italia non ha pari in quanto a omertà verso una data famiglia. E la cosa peggiore è che al contrario dei sfortunati comuni del sud che risultano conniventi con le famiglie mafiose, a Torino succede tutto alla luce del sole e tutto sembra estremamente normale.

Il comune stende tappeti rossi ai gobbi governati dalla potente famiglia e fa ostruzione nel progetto del Fila inserendo Chiabrera a capo della Fondazione – che non solo non è tifoso del Toro ma non è nemmeno competente di calcio – esautorandolo dopo un anno dall’insediamento (in cui costui aveva puntualmente messo i bastoni tra le ruote nei progressi della ricostruzione) e non sostituendo l’esautorato con nessun altro compromettendo la legittimità del CdA (P.S.: proprio in data 29/7, Beccaria conferma che Chiabrera ha ratificato solo in questi giorni le sue dimissioni pur essendo di fatto dimissionario da mesi) e continuando a lavorare sottobanco per imporre scelte, metodi, tempi, paletti.

E tutto questo in nome di cosa? Cosa concede questa autorità al comune di Torino? Il fatto di aver elargito il terreno del Fila, valore di stima maggiore del milione di euro. Ma a pensarci bene, quel terreno è patrimonio dei tifosi del Toro, così come sono dei tifosi del Toro quei 100 e passa mila euro recuperati dal mattone per il Fila, così come lo sono quei quasi 30mila euro versati due anni fa dai tifosi per creare la Fondazione, così come appartengono ai tifosi del Toro quei 3.5 milioni di euro di lacrime e di sangue versati per aver concesso una parte del terreno del Fila alla costruzione del Bennet, per un fallimento non voluto dai tifosi del Toro ma dovuto ad un personaggio di nome Cimminelli – per lo più tifoso dei gobbi – che ha potuto fare scempio sotto gli occhi compiacenti del comune di un valore storico come il club granata e tutto il suo vivaio.

Nella fondazione Filadelfia dovrebbero sedere solo i tifosi del Toro, che dovrebbero poter ricostruire la sede secondo le possibilità, con l’ausilio delle istituzioni sportive, politiche ed economiche come accade in tutto il mondo tranne a Torino e in altre parti d’Italia e con la collaborazione del club del Torino FC che dovrebbe indicare esigenze e trattare con la Fondazione (e non con il comune – come erroneamente ha indicato un articolo della carta stampata) il giusto compenso per l’ospitalità offerta.

Ma siamo a Torino. Profondo Nord, terra in cui il nome di una famiglia che non usa lupare fa tremare la voce.

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Di Leonardo Daga

Leonardo Daga è un tifoso del Toro, da anni attivo nella difesa dei diritti dei tifosi del Toro e ora collaboratore di Supporters In Campo.

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